‘Il traditore’ di Bellocchio: l’interpretazione anti-epica di Favino, che impersona il pentito che mise in ginocchio la mafia

Pur trattandosi di un film dichiaratamente drammatico, e al di là delle polemiche conseguenti al Festival di Cannes, un cenno alla storia raccontata ne Il traditore merita di essere inserita in vetrina qui, a italialegge. E già perché tra le pieghe di quel racconto, quello di Buscetta appunto, tra le parole e i silenzi del pentito di mafia, e il volto nascosto dietro gli spessi vetri ombrati, è lì che si nasconde il vero senso del film. La pellicola infatti non è una mera ricostruzione storica della vicenda umana di Buscetta, ma è qualcosa di più, e qualcosa di diverso: uno sguardo che scruta il mistero, le contraddizioni e i limiti di un personaggio che Bellocchio non giudica con pietismo, né con i canoni della morale tradizionale, né tantomeno con il taglio eroico cui alcune fiction ci hanno di recente abituati.

Pertanto, rimarrà deluso chi cerca ne Il traditore un esempio di cinema criminale basato su colpi di scena sensazionali e insanguinati ammazzamenti, così come rimarrà deluso chi si aspetta una ricostruzione “piatta” della carriera del ‘pentito’. Ci sono una storia e un personaggio che meritano di essere approfonditi e pure non giudicati in modo superficiale. E quel che si richiede allo spettatore lo spiega bene Pierfrancesco Favino in uno stralcio dell’intervista rilasciata al Corriere in occasione del Festival di Cannes (leggi per intero l’articolo).

Agli occhi di Enzo Biagi il grande pentito era un personaggio shakespeariano. È d’accordo?

«Completamente. Anche da tragedia greca, un uomo che lotta contro un destino che però si è scelto. Il suo è un percorso tragico, ha costruito il suo mito, si è sceneggiato la vita, ciò che sarebbe rimasto di lui: quello che sappiamo è quello che lui voleva che sapessimo. Il mio sforzo è stato proprio tentare di capire ciò che lui non voleva si sapesse, provare a ipotizzare, muoversi nelle sue contraddizioni di questo racconto. E Marco e gli sceneggiatori sono riusciti a raccontare un aspetto inedito».

Ovvero?


«Rifuggendo del tutto alla rappresentazione glamour della mafia e evidenziando invece la ruralità di quel mondo anche cogliendone gli aspetti fisici: gli stomaci gonfi, certe movenze, certe ritualità. Buscetta resta un mistero, Bellocchio è stato capace di scavare dentro una pagina che ha ancora molto da dire. Sono convinto che ne sappiamo ancora molto poco, il ‘boss dei due mondi’ ha portato con sé tantissimo: nelle scene in tribunale, per esempio nel confronto con Pippo Calò c’è l’evidenza che non ha detto tutto».
Scena tratta dal film (daComingsoon)

Il film, dunque, più che offrire risposte, crea domande. Induce cioè lo spettatore a guardare a quella vicenda storica con rinnovato spirito di curiosità e di interesse. Del resto, questa finalità è quella che caratterizza, di regola, i film di successo e di “spessore”, come si suole dire. E le domande che restano sibilanti nella mente di chi guarda Favino recitare – assieme al resto del grande cast – sono, tra le altre, le seguenti.

Come può un assassino diventare un eroe nella lotta alla mafia? Quali azioni sono in grado di riscattare davvero un uomo? Come si può nascondere il volto criminale dietro la frequentazione di persone stimabili? E, sotto un profilo più eminentemente storico, come va interpretato il ruolo di Buscetta con – quello sì – dell’eroe italiano per antonomasia, ovvero Giovanni Falcone?

Giovanni Falcone

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