Riflessioni in breve su “La morte di Ivan Il’ic” di Lev Tolstoj

Titolo: La morte di Ivan Il’ic

Autore: Lev Tolstoj

Editore: Feltrinelli

Genere: Romanzi classici

Voto: 5 stelle su 5

Oggi Italialegge si sottopone a una sfida difficile: offrire una breve riflessione – più che una vera e propria recensione – su La Morte di Ivan Il’ič, il famoso, forse il più noto, racconto/romanzo di Lev Tolstoj. Del resto, quando si tratta di “classici” non c’è classificazione di genere che tenga. E, così, benché non possa parlarsi propriamente di un giallo o di un noir e men che meno di un thriller, per questa sublime storia dell’autore russo, è necessario spendere qualche parola, non fosse altro perché l’argomento trattato spinge il lettore, ogni lettore che si cimenti in quest’opera, a un viaggio profondo, scandito con sorprendente suspense, all’interno della mente umana, nella ricerca della risposta alla domanda per antonomasia: qual è il senso della vita? Nel buio imperscrutabile che precede l’approssimarsi della morte, Ivan Il’ič – il protagonista appunto del racconto – compie un cammino dentro se stesso, cercando la propria soluzione all’enigma dell’esistenza, nel mezzo del suo frenetico sforzo di emancipazione professionale, che lo conduce a un ruolo di primo piano, da anonimo procuratore di provincia quale inizialmente era.

L’argomento trattato non è certo banco di prova per sprovveduti scrittori. E la grandezza di Tolstoj è lampante. Pubblicato nel 1886, “La Morte di Ivan Il’ič” è un racconto lungo (o romanzo breve) e si inserisce nella seconda fase degli scritti dello scrittore, filosofo, educatore e attivista sociale russo, dopo la celebre “crisi spirituale” manifestatasi quattro anni prima con la pubblicazione della “Confessione”.  Così ecco che emerge l’eccelso narratore, capace di creare una climax da mozzare il fiato in una storia che – quasi paradossalmente – ha quasi dell’ordinario e che prende le mosse da un evento imprevisto, perfino banale. Una breccia nella vita apparentemente piacevole, un’esistenza ordinaria, ma “tranquilla e decorosa” che Ivan Il’ič ha con determinazione rincorso, nella sua spasmodica ricerca di una scalata professionale. È l’occasione per far emergere anche un altro straordinario pregio di Tolstoj: la ricerca instancabile delle contraddizioni che la condizione umana porta inevitabilmente con sé. E nel racconto tale indagine si concretizza nell’assoluzione che, attraverso la storia emblematica di uno sbiadito procuratore di provincia in cerca di affermazione sociale, Tolstoj pare concedere all’intera umanità. Ivan è così la sintesi o la metafora dell’uomo comune, con le sue debolezze endemiche, e con le fragilità imposte dalla società stratificata in classi. Una sorta di archetipo di tutto l’effimero bagaglio che impongono i valori borghesi. Non a caso Ivan Il’ič conduce la sua vita in una comoda e piacevole prigione costituita da interessi materiali: egli canalizza tutte le sue energie in tutti quei beni che possono procurare una sorta di conferma e di vacua celebrazione del suo status sociale.

Quello che è imposto:

Era determinato nell’eseguire ciò che riteneva essere il suo dovere; e il suo dovere era tutto ciò che le persone altolocate ritenevano tale”.

E ciò vale per ogni aspetto della sua vita, compreso il matrimonio:

Ivan Il’ič sposandosi faceva cosa gradita a se stesso e, al contempo, faceva ciò che la gente dell’alta società riteneva giusto fare”.

D’altronde, l’assuefazione indolente a ciò che la gente dell’alta società imponeva è chiara soprattutto nella prima parte del racconto, ove Tolstoj abbonda con avverbi come “piacevolmente”, “comodamente”, “decorosamente”, e ciò al fine di costruire un impasto narrativo che, dalla superficialità, dalla vacua costruzione dell’apparire, condurrà Ivan, pian piano, ma inesorabilmente, sempre più nel profondo, lì dove è il vero significato delle cose. Saranno in realtà  proprio i simboli del “vuoto apparire”, e cioè la mobilia, i fronzoli e gli orpelli con i quali Ivan Il’ič, quasi maniacalmente, arreda la sua abitazione, a rivelarsi come la causa della sua morte: innervosito da una tenda sistemata male, Ivan infatti cade dalla scala, sbattendo il fianco sulla maniglia di una porta. Ne seguirà un dolore, dapprima leggero, ma che, nel corso del tempo, crescerà sempre più, facendo capire a Ivan che qualcosa di imprevisto e incontrollabile, qualcosa che non poteva prevedere, è entrato definitivamente nella sua vita: l’ombra sinistra e nient’affatto “piacevole” della morte.

La scrittura di Tolstoj nella seconda parte del racconto acquista un ritmo febbrile e un incedere spasmodico, che getta strali di verità sulla sua reale condizione: sulle miserie del corpo e sulle debolezze dell’anima, sull’indifferenza al dolore, manifestata dai colleghi di Ivan e perfino dai famigliari – dalla moglie in primis, oltre che dai figli. È un pozzo nero nel quale il lettore è attirato, un pozzo dal quale è impossibile risalire: la pagine scandiscono momenti di crescente tensione e aprono a un mondo cupo e gelido, nel quale ognuno di noi, leggendo, si immerge e sprofonda.


Lev Tolstoj nella sua tenuta di Jasnaja Poljana,
in una foto di Sergej Michajlovič Prokudin-Gorskij (maggio 1908). È l’unica foto a colori di Tolstoj

Ivan, a poco a poco, comprende qual è il suo destino. Un destino che non si è scelto ma che non può evitare. Un destino che lo conduce a fare i conti con se stesso, con la vita che fino a quel momento ha condotto, e che, solo negli ultimi giorni, pare offrirgli uno spiraglio di luce: la sua vita è stata solo una menzogna e gli unici attimi di autentica felicità sono stati solo quelli dell’infanzia.

Le amorevoli cure concesse da Gerasim, il suo giovane domestico, dotato di un animo semplice e generoso, sono gli unici sprazzi di serenità che leniscono le sofferenze di Ivan prima della sua morte. E non è un caso che Gerasim appartenga alla classe più povera, quella contadina, la stessa a  cui Tolstoj guardava con condiscendenza poiché credeva che la rinascita morale della Russia sarebbe dovuta passare attraverso la spiritualità e la semplicità che sono propri della vita rurale.

E così, alla fine di tutto, distrutto nel fisico e nell’animo, Ivan realizza che la paura della morte non è altro che la conseguenza della menzogna in cui è vissuto: accettare la verità è l’unico modo per non tormentarsi. L’unico modo per smettere di soffrire, il solo nel quale egli può trovare pace. E così, nelle ultime pagine, egli cercava il suo antico, solito terrore della morte e non lo trovava. Dov’è la morte? e che cosa è la morte? Non esisteva più terrore perché non esisteva più la morte.
Invece della morte c’era la luce”.

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